domenica, 14 ottobre 2007

Raccolgo l’invito di un amico, di una persona che stimo tanto, tantissimo, e rigiro, con la preghiera di far circolare il più possibile.

-  Copincollato da alex321.splinder.com –

 

Uno spot per arginare l'allarme inquinamento da diossina, conseguente ai roghi incontrollati dei rifiuti delle discariche abusive o lungo strade e marciapiedi della provincia napoletana.
Il messaggio, di 30 secondi, ha cominciato a girare da ieri su 20 tv regionali e radio, per un totale di 1200 passaggi televisivi e 600 radiofonici.

Previste anche 26 uscite su 18 quotidiani della Campania.
 
"Se bruci i rifiuti, la diossina brucerà il nostro futuro".

Questo messaggio sarebbe bello leggerlo anche su tutti i blog, di tutte le piattaforme, degli utenti campani (e non).
Se hai un blog, se hai a cuore le sorti della meravigliosa terra che calpesti, non aspettare, non esitare a copiare e incollare questo post nel tuo blog, perchè il futuro della nostra terra dipende anche da te. Così un giorno la coscienza non busserà alla tua porta per domandarti se hai dato o meno il tuo contributo, se hai fatto valere, in quell'occasione, la tua opinione per evitare quel male, mentre un gruppo di cittadini combatteva per evitarlo.

 

 

Colonna sonora (dedicata, con rabbia e tenerezza):

*Viento* - Pino Daniele

 

 

P.S. E già che ci siamo, colgo l’occasione anche per fare una cosa che avrei dovuto fare mesi fa:

Un consiglio di lettura – di quelli che meritano:

*Le vie infinite dei rifiuti* - *Il sistema campano* , di Alessandro Iacuelli

 

Per chi fosse interessato, qui il testo della quarta di copertina http://rifiuti.alessandroiacuelli.net/quarta.html

Qui l’indice  http://rifiuti.alessandroiacuelli.net/indicebook.html

Qui l’anteprima on line http://www.lulu.com/browse/preview.php?fCID=649193

E qui ancora il comunicato stampa  http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=14687

 

 

 

postato da: ^MalediMiele^ alle ore 14:10 | link | commenti (15)
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mercoledì, 10 ottobre 2007

*Gutta cavat lapidem*

Ovidio, *Epistulae ex Ponto*, IV, 10, 5

 

*Miri el reloj. Son las seis de la manana...*

Guardi l’orologio. Sono le sei del mattino.

La prima cosa che arriva è la rabbia del vento, che ulula licantropo, e sferza e batte tutt’intorno, e il picchiettare forsennato della pioggia che picchia a muso duro contro i vetri.

La seconda cosa è quel pensiero, che ti porta a guardare ancora l’orologio, mentre realizzi che ssì, sei sveglia.  Sei sveglia e pronta, comun          que vada - *bugiarda*… -

Spalanchi la finestra - *ma piove!!* - e lasci che la pioggia ti entri dentro, addosso anche, a coprire.  A seppellire.

Te, quei pensieri distorti, il sonno dagli occhi, i sogni agitati, i fantasmi di ieri, tutto.

Che copra pure tutto. Tranne il giorno che viene.

Il giorno che è . Che è già.

*Hic et nunc*.

Amen.

           

AGI – Mercoledì 10 ottobre, 8.40

ERGASTOLO A UN PRETE

La Plata (Argentina), 9 ot. - La giustizia argentina ha condannato all'ergastolo il sacerdote cattolico, Christian Won Wernich, primo religioso condannato per delitti di lesa umanita' commessi durante la dittatura militare (1976-1983). L'ex cappellanno della polizia della provincia di Buenos Aires (68 anni), e' stato condannato alla massima pena prevista per aver partecipato a 7 omicidi, 31 casi di tortura e 42 sequestri di persona. La storica sentenza e' stata accolta da applausi e grida di giubilo dagli attivisti di organismi umanitari, che si trovavano tanto all'interno che al'esterno del tribunale. "E' una giornata storica, meravigliosa... e' qualcosa che noi madri non pensavamo avremmo mai visto", ha detto Tati Almeyda, una delle madri di Plaza de Mayo. Prima di conoscere il verdetto, Von Wernich ha rotto il silenzio mantenuto durante tutto il processo e, usando citazioni bibliche, ha fatto un appello alla riconciliazione. Durante le udienze, numerosi testimoni avevano raccontato che il sacerdote collaborava con la dittatura come informatore ed 'agente segreto; e che collaborava agli interrogatori nelle prigioni e alle torture. (AGI) (*)

Leggi, e respiri piano.

Leggi e poi rileggi, mentre la tua pelle si fa gallina.

E qualcosa si agita, dentro.

 

Perché domani – giovedì – non sarà il solito giovedì.

Perché domani il tragitto dall’Honorable Congreso de la Nación a Plaza de Mayo avrà un senso diverso, forse.

Perché quei passi  - che non sono mai stai solo passi – passi pieni di piedi, di piedi fantasmi, di piedi che non camminano più, di piedi che battono muti, dentro le stanze degli avvoltoi e negli incubi delle maschere dei repressori, di piedi che continueranno a battere, ogni giovedì, ogni giorno, ogni ora, ora e per sempre – risuoneranno un pestare diverso.

Un pestare di acqua.

Di goccia.

Come di un temporale che arriva a Napoli e ti squassa strade e vita.

Come di un temporale che aspettavi, dopo mesi (anni?) d’arsura.

Di goccia che arriva financo a scavare le pietre, una su mille.

Di goccia di sale, talvolta.    

Come questa mia.

Che ora, dopo tanti capricci tranquillamente a zonzo fra le palpebre, infine scende giusto sul pantalone della tuta – nero d’orrore, d’orrore e silenzio – pensando a tutti quegli hijos dispersi, a tutti i garage olimpo del mondo, e a quelle *pazze* di Plaza de Mayo.

Nella pioggia e nel sole, loro, a contare passi.

Nel vento e nella pioggia loro, vivi per sempre.

 Amen.

  

Colonna sonora: *How far can you fly?* - Luca Flores

 

postato da: ^MalediMiele^ alle ore 14:19 | link | commenti (8)
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lunedì, 08 ottobre 2007

Forse potrei ancora una volta provare a parlare di me così:

O così:

O ancora  - come pure ho provato a fare - tramite istantanee in digitale,

ma non so quanto renderebbe l'idea.

Di me, di questi mesi di silenzio che son stati, e che forse ancora saranno.

Eppure.

Eppure sono qui, e voglio ancora provarci.

Un saluto ai viandanti di passaggio.

postato da: ^MalediMiele^ alle ore 16:04 | link | commenti (14)
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venerdì, 01 giugno 2007

*C'è sempre da guardare*  - R. Maria Rilke

 

Perché a volte penso pensieri che fanno male, e li scaccio anche così.

Perché si ha bisogno di una cosa bella, ogni tanto.

Perché la bellezza, come la poesia, si nasconde nelle piccole cose.

Perché basta solo saperla (ri)trovare. Saperla ascoltare.

Perchè una tabula dealbata è meglio di un foglio pieno, certe volte.

E i silenzi sono pieni di voci, e storie, se solo si presta loro attenzione.

Come quella frase stampata di blu, che ti fa?:

*Abbiamo parlato a lungo dell'amore. Ora proviamo ad ascoltarlo, vuoi?*

Zurich, Nov 25th (flying to Berlin SR622)

Mi manchi,

e sorvolo le Alpi di nuovo,

e di scena ci sono le nubi stamani

e sembrano al solito un mare,

ma oggi è un mare bastardo,

che si balla come fosse maestrale,

e mentre quassù si beccheggia, dal mare più bianco che c'è,

sbucan dei monti maestosi,

giganti,

più bianchi del mare più bianco che c'è.

Come un'isola, un'isola grande,

come un sogno pazzesco,

una scena di un film che ti entra dagli occhi e ti toglie il respiro,

ti incanta, ti sbanda e ti confonde di pace.

E confondi anche il ghiacciaio e le nubi,

le crepe coi buchi nel mare,

e non ci capisci,

può darsi,

ma è spettacolo Vero.

E allora mi lascio portare

e già vedo le zattere piene di colori

perduti nel bianco del mare più bianco che c'è,

e tanti capelli a colori,

sopra le tante persone

diverse ed uguali ad un libro illustrato,

con tavolozza e pennello e un cavalletto di legno lisciato - ma grezzo... -

che ognuno si sente pittore davanti a una cosa così.

Ma nessuno dipinge,

e non uno può staccare lo sguardo

per paura che svanisca alla vista,

potresti impazzire e dormire per sempre anche tu

di tanta esclusiva mancanza.

E a tratti, lo sai?

Ci vedi anche il fondo del mare.

E ti sembra che un tempo,

laggiù,

ci sia stata la Vita,

si intuisce dai segni profondi

che sembran letti di fiumi,

o forse

ci dorme la gente sul fondo,

aspettando

la Vita.

E tutta sta gente

che corre dormendo

- laggiù -

che a volte la insegui e ti chiedi il motivo,

avrà perso il pennello,

magari,

ed è andata sul fondo

- a cercare -

Ma una cosa mi torce di dentro,

è quando sollevo un pochino lo sguardo

e ci picchio davanti alla linea infinita

- e mi blocco -

che solo quassù l'orizzonte è a volte più alto di te,

e non te lo spieghi.

E da un lato ti opprime quel bianco stagliato nel blu,

e dall'altro consola,

ogni tanto

tornare a sperare

col naso all'insù.

Mi ci sento più a casa ogni tanto.

Non so se hai capito,

se hai mai visto le Alpi da sopra o le nuvole-mare,

un'isola grande,

o se hai pensato anche a me nel tuo giorno distratto.

Ma ogni volta che parto,

ed è quasi ogni giorno,

non riesco a non attaccarci il mio naso all'oblò

- e non dormo -

Ed è strano, ma guardando di fuori, nel cielo

è come guardarsi più dentro di me, e lo sai?

me lo chiedo il motivo.

E' perchè siamo fatti di cielo!

Ed essendo quella la meta

memorizzi la strada

per non perderti più

nei mille casini da poco e di sempre

- laggiù -

Ora sì che è un casino,

che poi se ci pensi

non puoi più voltarti,

che se vedono gli occhi,

che dici, che è il vento?

Non regge,

e mi manchi.

postato da: ^MalediMiele^ alle ore 16:01 | link | commenti (7)
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lunedì, 23 aprile 2007

 

Ultima segnalazione:

(...)

postato da: ^MalediMiele^ alle ore 12:44 | link | commenti (8)
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martedì, 17 aprile 2007

Buon compleanno,

 

 

Che tu possa non crescere mai.

postato da: ^MalediMiele^ alle ore 20:40 | link | commenti (1)
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mercoledì, 04 aprile 2007

*Le nostre parole sono spesso prive di significato.

Ciò accade perché le abbiamo consumate, estenuate,

svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole.

Le abbiamo rese bozzoli vuoti.

Per raccontare, dobbiamo rigenerare le nostre parole.

Dobbiamo restituire loro senso, consistenza, colore, suono, odore. E per fare questo, noi dobbiamo farle a pezzi e poi ricostruirle.
[…]
La parola “manomissione” ha due significati, in apparenza molto diversi.

Nel primo significato essa è sinonimo di alterazione,

violazione, danneggiamento.

Nel secondo, che discende direttamente dall’antico diritto romano (manomissione era la cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato), essa è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione.

La manomissione delle parole include entrambi questi significati.

Noi facciamo a pezzi le parole (le manomettiamo nel senso di alterarle, violarle) e poi le rimontiamo (le manomettiamo nel senso di liberarle dai vincoli delle convenzioni verbali e dei non significati).
Solo dopo la manomissione possiamo usare le nostre parole per raccontare storie.*

 

*La manomissione delle parole.

Appunti per un seminario di scrittura*

 - tratto da *Ragionevoli dubbi* di Gianrico Carofiglio

Come se osservassi la mia stessa vita attraverso il finestrino di un treno in corsa, hai presente?

Come da un treno in corsa,

ché ciò che è più vicino si sgretola in una sequenza ininterrotta di frame solo apparentemente sconnessi,

di forme, immagini  e colori come in un dipinto impressionista

– ché non riesci a distinguere il balcone di una casa da quello della casa immediatamente dopo, che pure è vita di vissuti diversi…

Laddove la verità di ciò (chi?) che mi è più vicino si stempera in pulviscolo che fugge via

e dove solo in lontananza si riesce

– talvolta - a scorgere la linea,

miracolosamente immobile, di ciò che realmente è,

in eterno, insanabile conflitto.

Forse è solo una questione di *velocità*,

o forse aveva ragione lo stesso Carofiglio, quando

*La parola che viene fuori dall’anagramma di “la verità” è “relativa”.

La verità – relativa.*

O forse sono io che sto *montando* male questa partitura stonata, e che ne sto perdendo il senso.

Effetto Kulesov?

 

Può darsi, visto che il senso dovrei trovarlo o quantomeno provare a spiegarmelo da me,

considerando che questa è

– dovrebbe essere –

la mia vita.

Solo che fatico ad uscirne,

se poi di notte torno ad associare bambini e mostri,

lingue e serpenti,

mentre in strada mi capita di perdere l’orientamento e perdermi – che il cuore prende a batterti alla cieca come negli incubi,

e come dagli incubi vorresti svegliarti ma non ce la fai,

non trovi la via d’uscita,

o chi ti senta gemere ed arrivi ad accenderti la luce,

pigiando l’interruttore per te,

che pure sei lì ma non puoi…

Se l’orizzonte è buio e il domani.. Domani fa paura.

E non riesco ad affrontarlo.

 

Frame I:

Una macchina parcheggiata in una stradina fuori paese.

Piove a dirotto,

*sui treni caldi dei pendolari

sopra i silenzi dei tassinari
sulle africane per mezzo ai viali

sopra i parenti negli ospedali
e piove stasera anche sul chiuso della galera…*

Così la canterebbe Vinicio.

Lui piange, piange come un bambino,

mani nei capelli e singhiozzi che si fanno più forti della pioggia stessa.

 

*Dove sei finita?*, le chiede in lacrime.

 

 

Frame II:

Il cielo manda bufera stanotte,

e persino la pioggia  pare ruvida.

Sferza i rami,  li batte e li percuote,  e tutto le sembra più piccolo, mentre rimane immobile ad ascoltare

– dentro e fuori –

come se tutto quello che stesse accadendo non la riguardasse, non includesse lei, che si sente *altrove*.

 

_________________

 

 

 

Qualcuno giorni fa mi ha detto che questo è il periodo migliore per morire,

sorridendo del bianco latte della mia faccia.

*Perché?*, ho chiesto,

a mezzo tra l’incredulo e il curioso.

 - Come una Sarah Kane che non vuole lasciarsi morire ma non ha ancora imparato a  vivere… -

*Perché poi tra meno di una settimana è Pasqua,

e a Pasqua si risorge… C’ è la Resurrezione…*

(Proprio così mi ha detto…)

E ho sorriso di due fraterni occhi scuri che mi ricambiavano preoccupati.

*Io un fratello non l’ho mai avuto, e mi sarebbe piaciuto*, ho pensato,

*mi sarebbe piaciuto averne uno, e che somigliasse a te* 

ma non l’ho detto, perché poi al momento buono io non parlo mai.

Non ho imparato.

Eppure penso che dovrei farlo.

Anche da qui, da ora.

Fuori e dentro di me, di questo luogo non-luogo anche,

che pure mi ha dato tanto – ma così tanto…

Penso allora che i post-it su cui a più riprese da un mese a questa parte avevo scritto

______

*CHIAMA ALEX, STUPIDA!!!*

attaccato in più punti – alla lampada dello studio, sul libro di letteratura, allo specchio di camera mia… - sono rimasti come s.o.s. mai lanciati,

come memento alla mia stessa stupidità,

e che ci soffro, per questa cosa qui.

Che sono troppe le cose che vorrei dire a *nervi d’arpa*, e che avrei voglia di rispondere alle belle mail che mi ha scritto *eus*.

Che forse non è sempre vero che *non conviene riempire di miele un vaso che sa di aceto*,

per dirla con Sofocle, e che voglio provarci…

E penso pure che mi sono disabituata finanche a scrivere su questa tastiera con cui danzavo e facevo l’amore, e che adesso mi si sta facendo sotto le dita riottosa concupita – ché batto e ribatto due parole su dieci, confondendo maiuscole e accenti…

Mi sono persa di nuovo, vedi?

Ma forse non è poi così importante, se dentro le mani mi è parso di percepire per un nanosecondo come un leggero, impercettibile formicolio che non capitava da un po’…

Del resto, a Melbourne si è vinto così, no?

 

 

 

Colonna sonora: *Men in white coats* -  Dallas Guild

 

postato da: ^MalediMiele^ alle ore 22:35 | link | commenti (4)
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martedì, 21 novembre 2006

Camminare sotto la pioggia.

Truffaut al guinzaglio e foglie secche imputridite che si fanno manto sotto i piedi.

Jeans bagnati per un quarto e occhiali sporchi.

Auto in corsa e ciocche che diventano lucenti rivoli sulla giacca in pelle.

Ne seguo attenta il percorso apparentemente casuale,

come se potesse indicarmi una traiettoria.

E penso. Muta di vocalismi.

Camminare sotto la pioggia.

Truffaut al guinzaglio che non vuol saperne di salire.

*E’ inutile, Truffaut.. Non arriverà nessuno stasera..

E’ inutile che ti pianti così.. Non verrà..*

E lui che mi guarda con occhi lucidi – occhi di cane col cuore da uomo -  inclina la testolina prima per un verso, poi per un altro, e infine par quasi convincersi, e si lascia trascinare – con le zampine ancora bene piantate a terra.. – verso il vialetto d’ingresso.

Camminare sotto la pioggia.

Respiro corto e bruma nel cuore che mi trattengo dal piangere, perché non si può *ed è vergogna..*

Aver voglia di evadere, con parole e pensieri messi in cassaforte, che ormai.

I film in programmazione nelle sale li ho visti tutti o quasi.

Dindi per il teatro manco a parlarne.

Penso.

Alle persone perse, alle cose da fare, a questo tempo che è peggio dei soldi, alle tasche cucite, a quelle da ricucire, alle urla che questa volta *nno*, non son corse lungo un cavo, ma è *come se*, perché i silenzi fanno male uguale.

 

E’ *il postino* che ha bussato, e ieri sera non me l’aspettavo.

Quale, dici?

Quello di Cugia, ovvio.

 

 

*Il postino del dolore*

Venerdì 3 febbraio

 

Il dolore è come il postino, suona sempre due volte.

Nel mio caso è un postino suonato che suona una terza volta anche vent’ anni dopo.

Com’è che diciamo in questi casi?

“Sono un po’ esaurito?”

Sai invece io come direi in questi casi, fratello?

“Sono un po’ all’inizio, è il me morto che è esaurito”.

No, io piango solo e sempre quando sto per cambiare pelle, quando sto per evadere, quando credo di essere sul punto di morire che, puntualmente, corrisponde al punto di rinascere.

E ieri il postino ha suonato per la terza volta.

Mi ha consegnato un pacco di dolori vecchi, e se n’è andato.

Che vuol dire “dolori vecchi”?

Che il postino del dolore suona subito, e poi ripassa.

Quella è la volta che piangi sul serio.

La prima è d’obbligo: muore tua madre, perdi un figlio in un incidente, hai una malattia o vieni licenziato.

Il postino suona, ti consegna il pacco.

Chiudi la porta, lo apri, piangi.

Sembra finita lì.

Invece non è neppure cominciata.

O meglio: quello è il primo movimento della sinfonia che porterà, magari dopo qualche anno di musica, al gran finale.

Il dolore è sempre una grandissima scoperta.

Molti malati stanno ascoltandomi in questo momento, e sanno di che cosa parlo.

Solo grazie – si fa per dire – solo “grazie” a un tumore, per esempio, hanno scoperto di avere un corpo.

Prima, avere un pancreas, o un cervello sano, o un fegato, due polmoni, era acquisito come un diritto.

Non so, come l’articolo 21?

Di più (visto i giochini che ci stanno facendo sopra), come la Costituzione in generale?

Di più, come guardare gli alberi.

E’ naturale che tu guardi gli alberi, o il mare.

Così naturale che, pur guardandoli, non ti accorgi della loro esistenza, ossia che essi (alberi, mare) SONO, e sono fatti per te.

Passa una petroliera e scarica in mare una lunga, terribile onda nera.

Solo ora tu cominci ad avere percezione del mare, solo ora: perché lo stai perdendo.

Con la malattia è uguale. Così con i lutti.

I tuoi genitori se ne vanno, tua moglie o il tuo ragazzo muoiono.

All’inizio è un dolore fulgente come una stella.

Una stella nera.

Poi ricominci a vivere “senza”.

Ricominci a guardare il cielo stellato, con un buco nero, che sai, ma ancora non sai quanto lo sai.

Infine il postino ritorna: è la consegna dell’atto finale.

Di colpo il firmamento è un buio.

Lo sapevi già di non avere più tuo padre, o tua moglie, o tuo figlio; e come se lo sapevi!

Anche di aver perduto l’amore di quella donna lo sapevi da due anni: lei è viva, ma non ti vuole più, e tu già stai con un’altra.

E invece il postino ritorna, consegna il pacco di lacrime vecchie, esce.

Lo apri, sai già tutto stavolta, invece qui, ora, dopo magari qualche anno dall’evento, lo fai tuo, completamente, ineluttabilmente, e scoppi in un pianto disperato, irrefrenabile, infinito.

E’ proprio il tuo corpo che piange, tu non puoi farci niente, puoi solo assecondarlo, lasciarti trascinare come un tronco da questo fiume in piena.

Questo, che ti sembra il tuo punto di morte, la tua notte più orribile è invece l’annunzio dell’alba, il punto di fuga della vita, la rinascita, la liberazione.

Be’, così, per la cronaca di uno zombie,

per me è stato ieri.

Ho pianto per alcune vostre lettere e per una ragazza che suonava il piano.

Ho pianto la morte di mia madre che, nelle ultime ore, parlava come una bambina e le sembrava di aspettare il treno che da Napoli la portava, a sei anni, alla spiaggia di Torre del Greco. E da quella stanza sul Tevere per malati terminali credeva di essere davanti al mare di Napoli.

Ho pianto per voi, ho pianto per me, ho pianto per Gerusalemme.

Ho pianto coi nervi urlanti, scoperti come sono solo i dolori primati, e non quelli inutili che ci creiamo per sopravvivere.

Ho pianto per le due torri, per Israele senza pace, per te che mi scrivi “Non lasciarmi” e io che ti vorrei gridare “Non lasciarmi tu”, viso che non conosco, labbra di cui non so il suono.

Ho pianto per tutti i bimbi senza padre, tutti gli animali abbandonati, tutti gli sguardi innocenti della Terra.

Non so che mi ha preso, ma non ero esaurito, né impaurito, né stanco.

Non avevo difese, questo sì, perché ho accettato da tempo di non averne di false.

Non esistono difese alla vita e alla morte, sono palle.

La vita e la morte fanno di noi quello che vogliono, l’unica carta che possiamo giocare è stabilire che cosa noi vogliamo dalla vita e dalla morte.

E questo io l’ho già scelto da bambino.

Tutta la luce e tutto il buio che potessi sopportare!

E allora devi accogliere e devi reggere.

Accogliere e reggere, solo questo puoi fare.

E la felicità e il dolore ti porteranno su e giù come gli oceani le navi.

E il dolore ti insegnerà ogni volta a contenere ancora più oceano, e il tuo pianto non lo tratterrà, lo restituirà, finché sarai parte di un unico respiro e imparerai a raccordarti col fiato lungo delle maree.

E’ qui che credi di morire.

Perché resistere alla morte non serve a nulla.

A nulla servono i lifting, le bugie, i colpi di testa, i viaggi del miracolo.

A niente serve resistere se non impari anche ad assecondare.

“E come si impara questo?”

Non lo so, accogliendo il dolore degli altri, per me è così.

La mia bussola siete solo voi.

Chi soffre più di me (e c’è sempre, purtroppo), lui è il mio medico. Gli altri.

Tutto quello che ho (e non è poco)  l’ho sempre ricavato per sottrazione, guardando chi aveva molto meno.

Solo questo è l’amore che torna: l’amore che dai.

 

Diego Cugia - *Zomberos*

 

 

E mi (ri)trovo.

 

 

Camminare sotto la pioggia.

E sentire che poco alla volta il mondo attorno

– le luci, i clacson, i pneumatici sull’asfalto bagnato, l’acqua addosso, le voci, dentro –

*il mondo*, dicevo.

Il mondo attorno ritorna.

Colonna sonora: *Grazie* - Gianna Nannini

(§) Foto di Franco Bussolino for *Terzo occhio photography*

postato da: ^MalediMiele^ alle ore 11:35 | link | commenti (10)
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lunedì, 20 novembre 2006

*A’ la Cinématèque*

 

Perché non voglio smettere mai di stupirmi..

postato da: ^MalediMiele^ alle ore 19:29 | link | commenti (1)
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lunedì, 06 novembre 2006

Succede quando le urla sovrastano le parole,

e i silenzi diventano l’unica via d’uscita,

l’unica boccata d‘ossigeno quando l'aria non c’è più - *Aria non c'è più*..

Succede quando ci si ritrova attorno ad un tavolo, coltello e forchetta impugnate come armi tra le dita, e lo stridere di posate nei piatti ti scandisce più di una cena.

Succede quando ci si ritrova muti,

muti e impotenti, come per il dolore altrui,

come per una morte annunciata e in cui ancora ti ostini a non voler credere, cedere.

Succede quando le ragioni per *andare* ti sembrano incommensurabilmente più importanti di quelle per *restare*.

Succede quando la rabbia, le umiliazioni, i rimproveri sono all’ordine del giorno.

Succede quando non sai più se ti senti in debito o in credito, e sorridi scomposta mentre le lacrime sgorgano come fiumana,

pensando che è l’ennesimo pensiero impazzito,

perché *non cambierà, tanto non cambierà…*

Succede quando ti senti ferita, tradita, ingannata.

 

Succede quando certe notti le ore si allungano all’inverosimile, come nelle case dell’orrore al luna park, e ti rannicchi ancora una volta in posizione fetale dentro la tua coperta a quadri, pregando perché venga presto *domani*.

Succede quando ci si dice *basta, è finita* come si prendessero sei caffè sei, giù di fila, al bar sottocasa, con gli amici di sempre, strizzando l'occhio alla brunetta glitterata che ti passa di fianco ammiccando suadente.

Succede quando non ci si ascolta più,

ma si passa il tempo a rinfacciarsi meschinamente le reciproche, frustrate ambizioni mancate.

Succede quando senti che è il momento per il memento, e per dare un bacio a foto che è giusto custodire con tutto l’amore che sai,

con tutto l’amore che sei,

perché nessuno te lo sporchi,

quell’amore cresciuto in trincea, fucili spianati e occhio cecchino, perché nessuno te lo porti via.

Succede quando resta una tela bianca,

a sugellare promesse e appuntamenti mancati.

Succede quando *C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo*.

Succede quando ci si mangia vivi - perchè ci siamo mangiati vivi, e poi scorticati, e di fila bruciati, per troppa ansia d’amore.

 

Succede quando poi ti guardi in uno specchio e non ti trovi più.

Succede quando finisce che ti senti *briciola*,

come in quel romanzo di un’Arachi che fu.

Succede quando guardi giù e non vedi altro che il gessetto bianco sul nero dell'asfalto,

ad indicare la scena del crimine.

Il crimine d’aver assassinato l’unica cosa che ancora ti faceva sentire *viva*.

Succede quando pensi che è tempo di iniziare ad andare *con ali (s)piegate*,

ma *andare, cristosanto, andare..*

- te lo ricordi ancora, come si fa?

Succede quando non vedi più alcun *mare* davanti,

ma solo canyon e sabbie mobili, e mitra a vista, come in quel film di ieri l’altro.

Succede quando la *paura di volare* ti fagocita,

e cresce, cresce, cresce,

diventando paura di parlare,

paura di uscire,

paura di  camminare,

paura di respirare.

Succede quando non c’è più *musica* che tenga,

a sorreggere, a sorreggervi,

e le speranze, i sogni, i desideri si fanno cenere dopo una macumba.

Succede quando poi *noi* diventa *io*.

Ed è come se uno spietato aguzzino ti costringesse ad ingurgitare frullati di pezzi di vetro giù per la gola.

Perché non c’è nessuno al mondo che possa essere più sincero e spietato di *te*, quando ti alzi in piedi dinanzi al tribunale delle tue paure.

Succede quando ancora vorresti, dire, fare, provare, ma proprio non ci riesci.

Quando vorresti.

Dire.

Ma.  

 

 

 

 

*Come glielo dici, a un uomo così, che adesso sono io che voglio insegnargli una cosa e tra le sue carezze voglio fargli capire che il destino non è una catena ma un volo, e se solo ancora avesse voglia davvero di vivere lo potrebbe fare e se solo avesse voglia davvero di me potrebbe riavere mille notti come questa invece di quell’unica, orribile, a cui va incontro, solo perché lei lo aspetta, la notte orrenda, e da anni lo chiama. Come glielo dici, a un uomo così, che diventare un assassino non servirà a nulla e a nulla servirà quel sangue e quel dolore, è solo un modo per correre a perdifiato verso la fine, quando il tempo e il mondo per non far finire nulla sono qui ad spettarci, e a chiamarci, se solo sapessimo ascoltarli, se solo lui potesse, davvero, davvero, ascoltarmi.

Come glielo dici, a un uomo così, che ti sta perdendo?

 

-          Io me ne andrò…

-         

-          Io non voglio esserci… io vado via.

-         

-          Io non voglio sentire quell’urlo, voglio essere lontana.

-         

-          Non lo voglio sentire.

 

E’ la musica che è difficile, questa è la verità, è la musica che è difficile da trovare, per dirselo, lì così vicini, la musica e i gesti, per sciogliere la pena, quando proprio non c’è più nulla da fare, la musica giusta perché sia una danza, in qualche modo, e non uno strappo quell’andarsene, quello scivolare via, verso la vita e lontano dalla vita, strano pendolo dell’anima, salvifico e assassino, a saperlo danzare farebbe meno male, e per questo gli amanti, tutti, cercano quella musica, in quel momento, dentro le parole, sulla polvere dei gesti, e sanno che, ad averne il coraggio, solo il silenzio lo sarebbe, musica, esatta musica, un largo silenzio amoroso, radura del commiato e stanco lago che infine cola nel palmo di una piccola melodia, imparata da sempre, da cantare sotto voce

 

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